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Le opportunità sociali della guerra

Tra gli effetti più immediati della guerra in tutti i paesi belligeranti vi furono un impetuoso sviluppo industriale  e un massiccio intervento dello stato nell’economia. 

Le enormi risorse ed il gigantesco sforzo produttivo necessari a mantenere e ad armare milioni di soldati costrinsero gli stati  ad assumersi  il compito di coordinare e regolamentare la mobilitazione economica, programmando il fabbisogno industriale ed agricolo, distribuendo le commesse e le materie prime, regolamentando il mercato del lavoro, il credito ed il commercio con l'estero, disciplinando il regime dei prezzi .

Se,  in molti casi, i lavoratori vennero sottoposti  a misure costrittive e talvolta a una vera e propria disciplina militare, le dimensioni stesse dello sviluppo industriale favorirono la crescita di un movimento operaio organizzato.  Incalcolabile, da questo punto di vista, fu l’impatto della rivoluzione russa. 

Ovunque, in una situazione di scarsità di manodopera, alti profitti e diffusa conflittualità sociale, per garantirsi la tenuta del “fronte interno”, lo stato si trovò nella necessità di intervenire a favore delle classi lavoratrici  e dei settori più disagiati della popolazione con provvedimenti e modalità che variarono di paese in paese. 

Con il prolungarsi della guerra ed il profilarsi della minaccia bolscevica, si moltiplicarono le promesse di  ulteriori  riforme sociali,  migliori condizioni di lavoro e più ampi diritti sindacali nel dopoguerra.  Il conflitto sembrava aver creato le condizioni per una futura democratizzazione dell'industria e dello stato. 

Dopo Caporetto, i fanti-contadini dell’esercito italiano si sentirono promettere la terra e gli operai la pensione di invalidità e di vecchiaia e il sussidio di disoccupazione.  Il dirigismo economico avviato in Germania allo scoppio della guerra, per impulso del magnate dell’industria Walther Rathenau, fece parlare alcuni  di socialismo di guerra.  In Gran Bretagna, i laburisti erano entrati nel governo fin dal 1914 e, nel 1917, il riformista liberale Christopher Addison, già alla testa del cruciale ministero per le munizioni, venne incaricato di iniziare a studiare le misure necessarie per la futura ricostruzione e riconversione dell’economia.  Il suo programma fu alla base di tutta la legislazione sociale inglese del dopoguerra.  Sulla spinta di questi segnali provenienti dall'Europa, buona parte dei  progressisti americani  aveva cominciato a discutere delle “opportunità sociali della guerra” molto prima che Wilson coniasse i suoi slogan sulla guerra per la democrazia e per la fine di tutte le guerre.   Tanto più grandi dovevano apparire tali  “opportunità” in un paese tradizionalmente ostile alla centralizzazione dei poteri dello stato e all’ intervento pubblico in economia. 

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