Seguici    
Accedi

Effettua il LOGIN

Hai dimenticato la password?
REGISTRATI ADESSO!

oppure accedi tramite...

 

I buoni e i cattivi secondo gli inglesi

 I buoni e i cattivi secondo gli inglesi

In alcuni dei paesi coinvolti le iniziative per ricordare il centenario della prima guerra mondiale  sono partite con largo anticipo sull'anniversario. E' il caso del Regno Unito dove gli storici, le case editrici e i principali mezzi di comunicazione si sono mossi da tempo, talvolta unendo gli sforzi e annunciando progetti di largo respiro.

 

Uno dei temi ancora oggi più dibattuti in ambito storiografico resta quello delle origini, delle cause, ovvero delle responsabilità della guerra. 

 

E' possibile che le tante novità editoriali sull’argomento che stanno riempiendo gli scaffali delle librerie inglesi siano motivate non solo dal prossimo centenario ma anche dall’eco persistente del gran rumore che fece,  ormai quindici anni fa, la pubblicazione di un saggio intitolato The Pity of WarL’autore era lo scozzese Niall Fergusson, professore di storia ad Harvard, opinionista e popolarissimo divulgatore di temi di storia e di economia sui più importanti canali televisivi inglesi.

 

Unico tra gli studiosi del periodo, Fergusson ha sostenuto la tesi che l'intervento della Gran Bretagna nel primo conflitto mondiale sia stato uno dei più colossali errori storici mai compiuti.  Proprio questa decisione, infatti, avrebbe trasformato il conflitto europeo in un conflitto mondiale e cambiato l'intero corso della storia del 900.  Senza la partecipazione inglese, secondo Fergusson, la Germania avrebbe quasi sicuramente vinto la guerra, nel 1916.  Un’Europa egemonizzata dai tedeschi, a sua volta,  avrebbe portato alla creazione di un mercato comune europeo con 80 anni di anticipo e risparmiato al mondo le calamità dei totalitarismi, della seconda guerra mondiale e della divisione del mondo in blocchi. Da non trascurare, inoltre, almeno dal punto di vista britannico, l’ulteriore vantaggio presentato da uno scenario di questo tipo:  la Gran Bretagna sarebbe restata una grande potenza, conservando buona parte dell'influenza che ancora esercitava all'inizio del 900.

 

E’ comprensibile che tali argomentazioni siano state accolte da molte polemiche e da una buona dose di scetticismo ma, ciò nonostante, Fergusson resta una figura con cui gli altri storici sono costretti a confrontarsi e il fascino esercitato dalla sua “storia virtuale” gli ha comunque garantito uno spazio tutto suo nella programmazione che la BBC dedicherà al centenario. 

 

A controbilanciare le ipotesi di The Pity of War, la televisione pubblica inglese ha chiamato Sir Max Hastings che condurrà uno speciale per lo stesso secondo canale della BBC, significativamente intitolato “La guerra necessaria”.   Hastings, giornalista, storico e divulgatore, ha da poco pubblicato per la Knopf Ppress il saggio “Catastrophe 1914: Europe goes to war” nel quale si torna a una narrazione più tradizionale delle origini della prima guerra mondiale:  la Germania è di nuovo investita del ruolo di principale responsabile nello scoppio del conflitto, mentre l'intervento inglese viene ampiamente giustificato da una realistica valutazione degli interessi strategici dell'impero britannico. 

 

Ai leader politici e militari di entrambi gli schieramenti Hastings non risparmia le critiche e la Gran Bretagna, in particolare, viene accusata di velleitarismo per essersi assunta impegni militari in Europa che era totalmente impreparata ad affrontare, non avendo un esercito di leva.  Resta il fatto, però, che l’autore di “Catastrophe 1914”, da un lato, considera la Germania colpevole di non aver fermato l'escalation della crisi di luglio e,  dall'altro, ritiene che la minaccia posta dagli imperi centrali a un ordine mondiale fondato sul libero commercio, il diritto internazionale e il rispetto dei paesi neutrali, sia stata una ragione più che sufficiente per spingere la Gran Bretagna ad entrare in guerra.

 

Se Fergusson e Hasting rappresentano i due poli opposti nel pubblico dibattito che la BBC intende promuovere in occasione del centenario del 2014, il volume di Christopher Clark uscito lo scorso anno e ora disponibile anche in italiano, da Laterza, con il titolo “I sonnambuli, come l'Europa arrivò alla Grande Guerra”, rappresenta una sorta di terza via nella quale si rinuncia alla ricerca dei colpevoli, si torna a sostenere l'idea della responsabilità o irresponsabilità collettiva di tutti i principali attori del dramma (i sonnambuli, appunto), della complessità dei fattori in gioco, della guerra come tragedia anziché come crimine. 

 

Nello svolgimento del suo racconto, Clark getta nuova luce sulle tante falsificazioni documentali operate dalle cancellerie, dai ministri e dai diplomatici dell’epoca, sottolinea l'origine balcanica della guerra, demolendo la tradizionale visione della Serbia come vittima innocente dell’aggressione austriaca e, citando alcuni specialisti degli studi di genere, avanza anche l’ipotesi che, tra i tanti elementi culturali che contribuirono allo scoppio della guerra, ci sia stata anche una sorta di “crisi della mascolinità” latente tra le classi dirigenti europee, minacciate dall’avanzamento delle classi lavoratrici e delle popolazioni coloniali. 

Tags

Condividi questo articolo